Cross the sreeets…ancora

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Non smettiamo di stupirci con la mostra ‘Cross the streets’ del MACRO di Roma, con le foto di Carmine Vincelli.

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Cross the streets: esperimento riuscito

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Come riuscire a portare la street art tra le mura di un museo?

 È ancora tutto un mistero, ma di sicuro al MACRO di Roma ciò è accaduto, e con grande maestria del curatore  Paulo von Vacano nella mostra “Cross the streets” . 

Il successo si misura non solo nel prolungamento imprevisto della mostra, ma soprattutto nell’alta affluenza misurata proprio oggi, durante la Giornata dell’Arte contemporanea indetta per molti musei:finalmente, famiglie e giovani si avvicinano all’Arte, e in particolare, all’espressione artistica che, pur essendo fruibile ogni giorno per le strade,  paradossalmente trova emancipazione in un museo.

Writing tra le metro di Roma, Street Art di personalità internazionali, opere realizzate in loco, direttamente per il museo, insieme all’architettura di Odile Decq per un’esperienza completamente immersa nell’ossimoro risolto di dentro e fuori, aperto e chiuso, alla luce e al buio…legale e ‘contro il sistema’. 

Un esperimento dunque perfettamente riuscito, con leggerezza e grande e giusta intercettazione dell’interesse di molti.

Il cortometraggio di CALUMA “Castello di carta” a Molise Cinema 

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Ieri, 7 agosto, Eureka ha presentato il suo progetto cinematografico CALUMA con  la proiezione del suo cortometraggio “Castello di carta” durante il festival Molise Cinema.


In attesa di presentarlo nel nostro canale youtube Caluma Picture, ecco una breve sinossi. 

“Si accosteranno termini abitualmente contrapposti,fino a che i loro significati non saranno confusi,e allora l’amore sarà odio,la verità menzogna,la LIBERTÀ SCHIAVITÙ”. George Orwell, 1984

Nella tautologia dell’errore nel mondo odierno, non è semplice accorgersi dell’inarrestato incedere di un cieco egoismo. Questo perché il paradosso delle dinamiche umane è divenuto, da Zenone in poi, accettabile, così radicato nella quotidianità da essere invisibile agli occhi dei membri della nostra società. Si tratta di un processo, in realtà, ripetuto negli anni, forse da sempre esistente, valido dunque in qualsiasi epoca seppure con aspetti diversi.                                                                                                                                 

  L’accostamento voluto di elementi anacronisici tra loro di “Castello di carta” desidera ricostruire tale paradosso storico e umano, insieme alle sue pericolose conseguenze. Nella costante minaccia di guerra (anche in senso lato) a cui siamo sottoposti soprattutto negli ultimi fatti di cronaca, si affollano atteggiamenti estranei alla vera coscienza critica del cittadino,anzi, piuttosto propensi all’accettazione dell’intento dominante.                                                                                                                                           

 Richiamando la profetica opera di George Orwell, il cortometraggio vuole essere una tagliente denuncia dell’attualità in cui, quasi in un perenne rovesciamento ispirato alle festività dei Saturnalia dell’antica Roma, si assiste passivamente allo smarrimento della propria identità, sotto al totalitarismo dell’ignoranza, dell’incoscienza, della schiavitù. Una schiavitù che è ben lontana dal concetto hegeliano dell’autocoscienza oggettivata e quindi riconosciuta nel lavoro degli schiavi:nonostante la loro diretta possibilità di raggiungere la cocienza di sé, gli schiavi scelgono il sovvertimento sociale per arrivare al potere, considerato non più come responsabile governo della comunità verso il progresso.                                                                                               

  Tutto appare, allora, come un gioco, persino la guerra, da condurre con il joystick dell’istinto egoistico di un’ignoranza entusiasmata dal potere finalmente nelle proprie mani.                                                                               

Tra soldati negativamente comandati dal capriccio univoco, solo un autentico padrone potrà dimostrare di essere consapevole della propria identità, cosciente del proprio ruolo per lumanità; di essere, dunque, “padrone di se stesso”. 

Incontriamo il male di vivere

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“Disperazione è il risultato di ogni singolo tentativo di comprendere e giustificare la vita umana.” Il filosofo Herman Hesse svela una verità: chiusi nel dolore come i poeti maledetti del Novecento, gli uomini continuano da secoli a disperare. Il male di vivere che attanaglia l’uomo corrisponde, infatti, alla consapevolezza di essere condannati sulla Terra, pur appartenendo, in quanto uomini, ad un mondo superiore.

Tuttavia, la tendenza ad imprigionare il malessere dell’umanità in etichette, come il “pessimismo” o la “maledizione”, conduce l’individuo a distaccarsi dalla sua reale condizione e a domandarsi se il “male di vivere” sia un’esperienza particolare o universale.

“Anche questa notte passerà/ questa solitudine in giro/ titubante ombra dei fili tranviari”: nei versi de “L’Allegria”,Ungaretti ci offre una testimonianza dell’esclusività del malessere, vissuto nella sua vicenda biografica, quindi da pochi, coloro che, lasciati soli, considerati come un’ombra incerta della vita, sono poeti e artisti. Il male di vivere si confonde nella notte, così come ogni uomo nasconde la propria sofferenza all’altro: ciascun individuo sfrutta l’oscurità, persuadendosi di essere isolato e lontano dalle “teste dei brumisti”, di disperarsi mentre gli altri dormono, senza accorgersi che la notte è una comunanza di sonni e sogni.

Di conseguenza, incastrato in un’incomunicabilità paralizzante, l’uomo prosegue nel vicolo cieco del dolore svelato, di cui non si riesce a tracciare un percorso ben preciso, ma solo a ricostruire alcuni sprazzi: l’uomo può “incontrare” il male di vivere che si presenta a singhiozzo,come ci conferma Montale, nel “rivo strozzato che gorgoglia”, nell’ “incartocciarsi della foglia riarsa”, nel “cavallo stramazzato”. In tal modo, diventa impossibile per l’uomo scoprire che, in realtà, il suo dolore è universale ed “eterno”, come dimostra la naturale intuizione di Saba in “La Capra”. “Quell’uguale belato era fraterno al mio dolore” e in esso “sentivo querelarsi ogni altro male, ogni altra vita”: così si risolve la ricerca di Saba che, riuscendo a specchiare, per la prima volta, la propria sofferenza in un essere disposto a mostrarla, raccoglie i diversi sintomi del male di vivere in un’unica “malattia dei secoli”, che, più o meno intensamente, ammorba il mondo.

urlo-munch.jpgDalle timide convinzioni di una particolarità della sofferenza, il male di vivere dell’artista esplode nella confusione della realtà, dipinta vorticosamente dall’ “Urlo” di Munch. Eppure, lungo la passerella verso l’orizzonte della tela, le altre figure restano indifferenti. Tuttavia, la chiave di lettura è nella disperazione stessa: la maschera dell’angoscia è volutamente anonima e, quindi, universalmente valida. Di conseguenza, quasi in un’analisi hegeliana, l’uomo si eleva a totalità e il suo male di vivere si mostra nel suo contagio della totalità degli uomini.

Per questo, potremmo definire tale sofferenza come una proprietà intrinseca dell’individuo, costretto a subire l’indissolubile dicotomia che avvolge il suo corpo e la sua anima. Ecco, allora, che la differenza da esaminare non sta più tra dolore universale e particolare, bensì nelle diverse reazioni all’universalità del male di vivere. Infatti, non tutti riescono a oggettivare la propria sofferenza, a osservare, come dice Quasimodo, “la gelida messaggera della notte”, un “piacevole dolore”.

A questa condizione è  comodo addormentarsi, ripiegarsi sul tumore non svelato, accrescendone però la pericolosità. L’unico, grave effetto sortito è la costruzione di un “popolo silente di infami ragni” che “tende le sue reti in fondo ai cervelli nostri”, come denuncia tristemente Baudelaire nel suo “Spleen”. È in tale prodigio di “divina Indifferenza”(Montale) che i pochi, chiamati artisti, tornano ad essere soli, abbandonati nella loro confinata consapevolezza e sfinita speranza.

Così la sofferenza sfocia in una vera e propria malattia degenerante, in cui è inutile qualsiasi reazione da parte dell’infetto; “e lunghi funerali lentamente sfilano senza tamburi nè musica dentro l’anima: vinta, la Speranza piange e l’atroce Angoscia sul mio cranio pianta, dèspota, il suo vessillo nero”. Con questi versi, Baudelaire rappresenta la sconfitta, causata dall’assenza di un’adeguata risposta immunitaria, innescata internamente dall’uomo stesso, questa volta, come totalità (hegeliana).

Probabilmente (ma è difficile da accettare per chi ha sempre lottato) l’unica soluzione per l’inappagabilità di sè che reca dolore all’uomo è quella proposta da Shopenhauer: la Noia come liberazione dalla Volontà, dal desiderio e dunque da ogni possibilità di delusione e dolore.