I graffi della musica

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Anche se graffiata dal tempo, la musica lascia ancora dolci cicatrici nella nostra storia…

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Titanic

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Non si tratta della celeberrima colonna sonora del film-capolavoro “Titanic”, ma di una canzone del cantautore Francesco De Gregori, estrapolata dall’omonimo album. In questo brano il mare mostra il suo lato selvaggio, diventando la metafora del viaggio più terribile, quello verso la distruzione. De Gregori coglie nel naufragio del Titanic anche la metafora dell’umanità che, divisa in classi, si dirige verso il disastro. La stratificazione sociale accomuna la nave alla società, ma mostra anche che di fronte alla morte siamo tutti uguali. Non si può pagare nessun biglietto per scampare alla furia omicida che il mare può risvegliare.

Una furia inaspettata, scoppiata a sorpresa dopo un viaggio trovato piacevole da tutti i naviganti, seppur per motivi diversi. I “cafoni” della terza classe trovano nell’emigrazione in America un’ inedita opportunità di crociera, mentre le ragazze della prima classe un’entusiasmante possibilità di trovare marito. Ma tutti, indistintamente, rincorrono una speranza che può essere coronata per mezzo della nave. Perché il Titanic potrà traghettare i sogni verso la realtà.

Per questo clima di frizzante aspettativa e l’atmosfera quasi da vacanza, la canzone si mantiene allegra nonostante il tragico epilogo. Perché noi sappiamo che il Titanic affondò e annegarono con lui anche i sogni di tutti i naviganti, ma la canzone di De Gregori non lo dice. Preferisce immortalare l’aria di festa del tragitto perché il viaggio vale più della meta. Noi, ascoltando questa canzone, possiamo sperare in un finale diverso. E dimenticarci che il Titanic traghettò i sogni dei naviganti solo verso la loro distruzione.

TITANIC

La prima classe costa mille lire,
la seconda cento, la terza dolore e spavento
e puzza di sudore nel boccaporto
e odore di mare morto.
Signor Capitano, mi stia a sentire
ho belle pronte le mille lire,
in prima classe io voglio viaggiare
su questo splendido mare.
Ci sta mia figlia che ha quindici anni
ed a Parigi ha comprato un cappello,
se ci invitasse al suo tavolo a cena stasera
come sarebbe bello.
E con l’orchestra che ci accompagna
con questi nuovi ritmi americani
saluteremo la Gran Bretagna
col bicchiere fra le mani
e con il ghiaccio dentro al bicchiere
faremo un brindisi tintinnante
a questo viaggio davvero mondiale e a questa luna gigante.
Ma chi l’ha detto che in terza classe
che in terza classe si viaggia male
questa cuccetta sembra un letto a due piazze
ci si sta meglio che in ospedale.
A noi cafoni ci hanno sempre chiamati
ma qui ci trattano da signori
che quando piove si puo’ star dentro
ma col bel tempo veniamo fuori
su questo mare nero come il petrolio
ad ammirare questa luna metallo
è quando suonano le sirene
ci sembra quasi che canti il gallo
ci sembra quasi che il ghiaccio
che abbiamo nel cuore
piano piano si vada a squagliare
in mezzo al fumo di questo vapore
di questa vacanza in alto mare.
E gira gira gira gira l’elica
e gira gira che piove e nevica
per noi ragazzi di terza classe
che per non morire si va in America.
Il marconista sulla sua torre
le lunghe dita celesti nell’aria
riceveva messaggi d’auguri
per questa crociera straordinaria
e trasmetteva saluti e speranze
in quasi tutte le lingue del mondo
comunicava tra Vienna e Chicago
in poco meno di un secondo.
E la ragazza di prima classe
innamorata del proprio cappello
quando la sera lo vide ballare
lo trovo’ subito molto bello.
Forse per via di quegli occhi di ghiaccio
cosi difficili da evitare
penso’ magari con un po’ di coraggio
prima dell’arrivo mi faro’ baciare.
E com’e’ bella la vita stasera
tra l’amore che tira e un padre che predica
per noi ragazze di prima classe
che per sposarsi si va in America
per noi ragazze di prima classe
che per sposarsi si va in America
per noi ragazze di prima classe
che per sposarsi si va in America.
che per sposarsi si va in America.

Mare d’inverno

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Poveri in riva al mare- Picasso; Cleveland Museum of Art;                                                      Cleveland.

Se “Il viandante sul mare di nebbia” avesse avuto una colonna sonora, quella sarebbe sicuramente stata “Il mare d’inverno” di Loredana Bertè.

La fiera malinconia che traspare nonostante il timbro graffiante della cantante, le atmosfere desolate di un mare che appare quasi come post-apocalittico e la disperazione per una solitudine interiore corrisposta anche dall’ambiente circostante, fanno di questa canzone la musica di sottofondo ideale per il quadro di Caspar David Friedrich.

Questo brano si discosta dalla tradizione della Canzone Italiana che ha sempre affrontato il tema del mare con leggerezza, concentrandosi più che altro sull’idea dell’estate ad esso connessa. “Il mare d’inverno” invece va controcorrente alla moda, esprimendo “un concetto che il pensiero non considera”: il mare inteso come spiaggia, da sempre luogo di socializzazione e divertimento, si trasforma nel suo opposto, diventando una landa desolata e malinconica. Il risultato “è qualcosa che nessuno mai desidera”, ma che Loredana Bertè sceglie di cantare lo stesso. Questo coraggio la rende più che una viandante, una pioniera.

 IL MARE D’INVERNO

Il mare d’inverno
È solo un film in bianco e nero visto alla TV.
E verso l’interno,
Qualche nuvola dal cielo che si butta giù.
Sabbia bagnata,
Una lettera che il vento sta portando via,
Punti invisibili rincorsi dai cani,
Stanche parabole di vecchi gabbiani.
E io che rimango qui solo a cercare un caffè.

Il mare d’inverno
È un concetto che il pensiero non considera.
E’ poco moderno,
È qualcosa che nessuno mai desidera.
Alberghi chiusi,
Manifesti già sbiaditi di pubblicità,
Macchine tracciano solchi su strade
Dove la pioggia d’estate non cade.
E io che non riesco nemmeno a parlare con me.

Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via.
Mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia.
Mare mare, non ti posso guardare così perché
Questo vento agita anche me,
Questo vento agita anche me.

Passerà il freddo
E la spiaggia lentamente si colorerà.
La radio e i giornali
E una musica banale si diffonderà.
Nuove avventure,
Discoteche illuminate piene di bugie.
Ma verso sera, uno strano concerto
E un ombrellone che rimane aperto.
Mi tuffo perplesso in momenti vissuti di già.

Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via.
Mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia.
Mare mare, non ti posso guardare così perché
Questo vento agita anche me,
Questo vento agita anche me.

Questo vento agita anche me,
Quest vento agita anche