“Feeding the Planet, Energy for life”

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Here we are. The Expo 2015 is open, or, at least, it’s not a theoretical purpose any more.
But, why we have chosen food as the main theme of this event?
Food is a primary need for human beings, it’s not a common serious issue, nor the paramount value of a rational society.

Probably, the theme  is  not ” food”, but what  food means nowadays, indeed.
Plutarch said : “We do not sit at the table to eat… but to eat together”.  
Today, we long for company, even if we don’t realise. Food is an old and awesome way to stay with other people.

Although food is a great wealth, we managed to change it in an awful poverty. For instance, in some countries many children still suffer from malnutrition, as people in richest countries have a poor mind regarding the cultural value of food.

As a consequence, today’s diets are unhealthier than in the past, people don’t behave wisely towards food. There is a lot of evidence that food problems , such as obesity, are now a huge concern in Europe as well as in USA. That may have a significant impact on life expentancy.

Moreover, we should pay attention on the impoverishment of nature: it’s time to ” feed our Planet”.

Therefore, now, in 2015, we discovered the importance of food, but I wonder if you are aware of that. How do you consider the food? How could it be “energy for life”? And, above all, how can we change it in wealth?
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Global food e italian sounding. E il cibo perde la propria identità.

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riscaldamento-globale

L’uomo compie scoperte e raccoglie esperienze per depositarle nella propria eredità, destinata a divenire identità e tradizione del proprio popolo.
In tal modo, la necessità biologica di alimentarsi è diventata gastronomia, ovvero un prodotto culturale carico di significati, capace di generare scambi sociali, aperto all’innovazione e all’apprendimento.

Da quando, nel 1500, l’Europa iniziò ad importare dall’America piante come il mais,il peperone, la patata, il fagiolo, il pomodoro, il tabacco, il cibo ha sempre viaggiato, trasportando con sé una propria storia che contribuisce a creare una rete internazionale di rapporti evolutivi. È un processo in continua crescita, soprattutto nell’epoca della globalizzazione, in cui motivazioni economiche si mescolano a motivazioni ideologiche.

La nostra alimentazione, infatti, è il prodotto di una lunga stratificazione di produzioni locali e importazioni. Il fenomeno millenario di migrazione internazionale ha generato dunque la diffusione e l’integrazione del cibo tra le società di diversi Paesi. Così il sushi giapponese, il kebab turco, l’hamburger americano diventano prodotti disponibili già in Italia, e che, entrati a far parte ormai della quotidiana alimentazione degli italiani, mantengono la propria identità intatta. Numerose le aziende che rispondono a questo istinto innovativo: nel 2008, ad esempio, erano 240.594 le imprese con titolare un cittadino non europeo.

Il rovescio della medaglia? Nel vortice del mercato, il cibo ,a volte, dimentica le proprie origini, la propria identità, perdendo originalità a favore del mercato esigente. È la legge spietata dell’import-export che, per garantire quantità e disponibilità, trascura la qualità. Il viaggio del cibo non coincide più con l’emigrazione e la scoperta. Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti, prodotti come spinaci, broccoli, piselli e altri ortofrutticoli consumati in una città come Chicago, percorrono in media 2400 km prima di raggiungere gli scaffali dei supermercati. Solo il 20% dell’energia necessaria per produrre gli alimenti è riconducibile al settore agricolo. Il resto è invece imputabile alle fasi di trasporto, refrigerazione, lavorazione, confezionamento e distribuzione.

Il problema? I prodotti di un Paese non vengono realizzati in quel Paese, ma vengono importati da altre nazioni, lontane, che per produrli adottano sistemi rapidi e poco rassicuranti. Perdita di identità, dunque. E le buone prospettive della globalizzazione si perdono. Strano che il vino rosso venga prodotto, anziché negli storici vigneti della Toscana, in Cile, a 12.000 Km di distanza dall’Italia. Terribile è che alimenti provenienti da altri Paesi o prodotti da aziende straniere vengano spacciati per Made in Italy. Come il caso del Parmesan, un formaggio che richiama il Parmigiano Reggiano, ma che in realtà non ha nulla a che fare con il formaggio italiano. Questo è italian sounding, una manovra commerciale che frutta 164 milioni di euro al giorno destinati di certo non agli Italiani.

Le conseguenze? Danno alimentare, danno salutare, danno commerciale, danno d’immagine, danno d’identità.

Le soluzioni? Non possiamo darle noi. Occorre, al contrario, una lunga ,coraggiosa, ricerca nelle proprie tradizioni, per riscoprire la gastronomia (e non solo) autentica.