“Gattaca”: la porta dei nostri sogni

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“Non esiste un gene per il destino.” Possiamo, dunque, giocare con la nostra identità, modificarla per sfidare il fato. Non preoccupatevi: l’essenza della nostra personalità resterà intatta, con le proprie prospettive, la propria determinazione nell’affermarsi.

Ce lo dimostra il film “Gattaca. La porta dell’Universo.” di Andrew Niccol. Scene di fantascienza girate nel 1997 che rincorrono il futuro, ma che restano impresse nell’evoluzione accelerata dell’uomo.

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Inizia cosí lo scambio, o meglio, la condivisione di caratteri tra i due personaggi Vincent e Jerome che arrivano ad instaurare una confusione lucida tra le due identità, senza peró dimenticandosi di se stessi.
Ció accade perché non si tratta di modifiche fini a se stesse, bensí di sfide per combattere il destino utilizzando e unendo ció che lo stesso fato ha offerto agli uomini.

É questa la particolarità che distingue “Gattaca”: il protagonista ha osato provocare il destino e la sua natura, perché apparentemente non perfetto. Pur nella sua opera artificiale e blasfema, é riuscito a realizzare la sua vera identità, i suoi sogni originali. Ha, allo stesso tempo, contrastato e assecondato la sua natura.

Basandosi sul concetto fragile di ricerca della perfezione, il film analizza il comportamento umano. La predisposizione naturale non basta: occorre la volontà, occorrono i desideri dell’ ” homo faber” che ha il potere di costruire la propria esistenza, la propria “fortuna”.

Cosí accade che , gareggiando nel “mare” della vita, la natura, già predisposta alla perfezione, necessità del suo stesso superamento, del sostegno della “voluptas” dell’uomo per non affogare nell’oblio.

In questo modo, potremo viaggiare oltre il nostro stesso confine, oltre la Terra, per raggiungere i nostri sogni lontani, nello spazio.

“Per uno che non doveva far parte di questo mondo devo confessare che all’improvviso mi costa lasciarlo, però dicono che ogni atomo del nostro corpo una volta apparteneva a una stella, forse non sto partendo, forse sto tornando a casa.”

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Memento: “mentiamo a noi stessi per sentirci meglio”

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“Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente, devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarlo. Devo convincermi che, anche se chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci.. C’é ancora?.. Sí…”

Indipendente dai vincoli della materia, il potere umano permette di ricostruire un’identità perduta, di ricreare e di riorganizzare frammenti di certezze.
Un gioco singolare, quindi, ma anche pericoloso nella misura logica delle cose …

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É questa la prospettiva ricca di riflessioni che Christopher Nolan ci offre nel film “Memento“.
Nel suo esperimento cinematografico, Nolan rovescia la trama, raccontandola in scene capovolte dalla tensione cerebrale che domina il film costruito con un ordine cronologico inverso.

In tal modo Nolan rischia: presentando sin dalla prima inquadratura l’esito tragico della storia, il potenziale della pellicola sembra essersi già consumato.
Nonostante ció, il rischio si rivela come una mossa geniale: ottenuta la soddisfazione canonica, lo spettatore puó ora concentrarsi sul senso delle inquadrature intrecciate con esperienze e confessioni del protagonista Leonard. Puó analizzare la storia in un percorso introspettivo, ricercando e ritrovando nella propria mente le convinzioni, le illusioni, gli sbagli di Leonard.

Cosí, si scopre che il tema centrale della perdita di memoria non é altro che un cammuflage della volontà umana sospesa tra verità e bugia.

Leonard crea la sua verità e l’unica cosa che sembra resistere alla ” perdita di memoria” é il sentimento di vendetta per la morte di sua moglie che, in scene confuse, appare in ricordi annebbiati, imprigionati nell’immobile interpretazione di un tatuaggio.. O meglio, di molti tatuaggi, appunti indelebili per fissare alcune certezze.

Quelle sono le verità e le bugie di Leonard, in base alle quali il protagonista costruisce la sua nuova identità dal futuro ambiguo.

Inevitabilmente, dunque, li spettatore si allontana dalla storia per ritrovare somiglianze nella mente di Leonard e nelle sue nascoste convinzioni…
“Mento a me stesso per sentirmi meglio”

Grand Budapest Hotel: un realistico declino tra scene oniriche

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Il declino é il vero protagonista del film.
Un decadimento ideologico che si compensa con un esteriore sforzo lussuoso.

Ambientazioni fin troppo scenografiche rendono il film artificioso, sbiadiscono ogni tentativo realistico, che é alla base della cinematografia, distraggono dalla trama.

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Essa narra una storia sincera, nei limiti di una leggenda affettuosa nella quale il narratore  l’ha confinata, e squisitamente malinconica, intendendo la malinconia evocata non solo dal degrado fisico in cui versa l’hotel, ma soprattutto dal declino di un’antica mentalità, di cui il consierge-eroe rappresenta l’ultimo, mirabile baluardo.

Cosí come il Grand Budapest Hotel brilla della luce riflessa dei fasti passati,  cosí il film brilla della luce riflessa di una trama intuitiva e affascinante, ma non ancora sufficiente per farlo brillare di luce propria nel firmamento cinematografico.