sDramma: nuovo progetto per Caluma!

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Eccoci di nuovo con una nuova sceneggiatura “SDRAMMA” per l’orgogliosa partecipazione allo screenplay contest di Roma Creative Contest vinto quest’anno da Marco Borromei 👏👏

Annunciamo l’imminente inizio riprese pregustando alcune locations!

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Il cortometraggio di CALUMA “Castello di carta” a Molise Cinema 

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Ieri, 7 agosto, Eureka ha presentato il suo progetto cinematografico CALUMA con  la proiezione del suo cortometraggio “Castello di carta” durante il festival Molise Cinema.


In attesa di presentarlo nel nostro canale youtube Caluma Picture, ecco una breve sinossi. 

“Si accosteranno termini abitualmente contrapposti,fino a che i loro significati non saranno confusi,e allora l’amore sarà odio,la verità menzogna,la LIBERTÀ SCHIAVITÙ”. George Orwell, 1984

Nella tautologia dell’errore nel mondo odierno, non è semplice accorgersi dell’inarrestato incedere di un cieco egoismo. Questo perché il paradosso delle dinamiche umane è divenuto, da Zenone in poi, accettabile, così radicato nella quotidianità da essere invisibile agli occhi dei membri della nostra società. Si tratta di un processo, in realtà, ripetuto negli anni, forse da sempre esistente, valido dunque in qualsiasi epoca seppure con aspetti diversi.                                                                                                                                 

  L’accostamento voluto di elementi anacronisici tra loro di “Castello di carta” desidera ricostruire tale paradosso storico e umano, insieme alle sue pericolose conseguenze. Nella costante minaccia di guerra (anche in senso lato) a cui siamo sottoposti soprattutto negli ultimi fatti di cronaca, si affollano atteggiamenti estranei alla vera coscienza critica del cittadino,anzi, piuttosto propensi all’accettazione dell’intento dominante.                                                                                                                                           

 Richiamando la profetica opera di George Orwell, il cortometraggio vuole essere una tagliente denuncia dell’attualità in cui, quasi in un perenne rovesciamento ispirato alle festività dei Saturnalia dell’antica Roma, si assiste passivamente allo smarrimento della propria identità, sotto al totalitarismo dell’ignoranza, dell’incoscienza, della schiavitù. Una schiavitù che è ben lontana dal concetto hegeliano dell’autocoscienza oggettivata e quindi riconosciuta nel lavoro degli schiavi:nonostante la loro diretta possibilità di raggiungere la cocienza di sé, gli schiavi scelgono il sovvertimento sociale per arrivare al potere, considerato non più come responsabile governo della comunità verso il progresso.                                                                                               

  Tutto appare, allora, come un gioco, persino la guerra, da condurre con il joystick dell’istinto egoistico di un’ignoranza entusiasmata dal potere finalmente nelle proprie mani.                                                                               

Tra soldati negativamente comandati dal capriccio univoco, solo un autentico padrone potrà dimostrare di essere consapevole della propria identità, cosciente del proprio ruolo per lumanità; di essere, dunque, “padrone di se stesso”. 

“Gattaca”: la porta dei nostri sogni

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“Non esiste un gene per il destino.” Possiamo, dunque, giocare con la nostra identità, modificarla per sfidare il fato. Non preoccupatevi: l’essenza della nostra personalità resterà intatta, con le proprie prospettive, la propria determinazione nell’affermarsi.

Ce lo dimostra il film “Gattaca. La porta dell’Universo.” di Andrew Niccol. Scene di fantascienza girate nel 1997 che rincorrono il futuro, ma che restano impresse nell’evoluzione accelerata dell’uomo.

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Inizia cosí lo scambio, o meglio, la condivisione di caratteri tra i due personaggi Vincent e Jerome che arrivano ad instaurare una confusione lucida tra le due identità, senza peró dimenticandosi di se stessi.
Ció accade perché non si tratta di modifiche fini a se stesse, bensí di sfide per combattere il destino utilizzando e unendo ció che lo stesso fato ha offerto agli uomini.

É questa la particolarità che distingue “Gattaca”: il protagonista ha osato provocare il destino e la sua natura, perché apparentemente non perfetto. Pur nella sua opera artificiale e blasfema, é riuscito a realizzare la sua vera identità, i suoi sogni originali. Ha, allo stesso tempo, contrastato e assecondato la sua natura.

Basandosi sul concetto fragile di ricerca della perfezione, il film analizza il comportamento umano. La predisposizione naturale non basta: occorre la volontà, occorrono i desideri dell’ ” homo faber” che ha il potere di costruire la propria esistenza, la propria “fortuna”.

Cosí accade che , gareggiando nel “mare” della vita, la natura, già predisposta alla perfezione, necessità del suo stesso superamento, del sostegno della “voluptas” dell’uomo per non affogare nell’oblio.

In questo modo, potremo viaggiare oltre il nostro stesso confine, oltre la Terra, per raggiungere i nostri sogni lontani, nello spazio.

“Per uno che non doveva far parte di questo mondo devo confessare che all’improvviso mi costa lasciarlo, però dicono che ogni atomo del nostro corpo una volta apparteneva a una stella, forse non sto partendo, forse sto tornando a casa.”

Memento: “mentiamo a noi stessi per sentirci meglio”

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“Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente, devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarlo. Devo convincermi che, anche se chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci.. C’é ancora?.. Sí…”

Indipendente dai vincoli della materia, il potere umano permette di ricostruire un’identità perduta, di ricreare e di riorganizzare frammenti di certezze.
Un gioco singolare, quindi, ma anche pericoloso nella misura logica delle cose …

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É questa la prospettiva ricca di riflessioni che Christopher Nolan ci offre nel film “Memento“.
Nel suo esperimento cinematografico, Nolan rovescia la trama, raccontandola in scene capovolte dalla tensione cerebrale che domina il film costruito con un ordine cronologico inverso.

In tal modo Nolan rischia: presentando sin dalla prima inquadratura l’esito tragico della storia, il potenziale della pellicola sembra essersi già consumato.
Nonostante ció, il rischio si rivela come una mossa geniale: ottenuta la soddisfazione canonica, lo spettatore puó ora concentrarsi sul senso delle inquadrature intrecciate con esperienze e confessioni del protagonista Leonard. Puó analizzare la storia in un percorso introspettivo, ricercando e ritrovando nella propria mente le convinzioni, le illusioni, gli sbagli di Leonard.

Cosí, si scopre che il tema centrale della perdita di memoria non é altro che un cammuflage della volontà umana sospesa tra verità e bugia.

Leonard crea la sua verità e l’unica cosa che sembra resistere alla ” perdita di memoria” é il sentimento di vendetta per la morte di sua moglie che, in scene confuse, appare in ricordi annebbiati, imprigionati nell’immobile interpretazione di un tatuaggio.. O meglio, di molti tatuaggi, appunti indelebili per fissare alcune certezze.

Quelle sono le verità e le bugie di Leonard, in base alle quali il protagonista costruisce la sua nuova identità dal futuro ambiguo.

Inevitabilmente, dunque, li spettatore si allontana dalla storia per ritrovare somiglianze nella mente di Leonard e nelle sue nascoste convinzioni…
“Mento a me stesso per sentirmi meglio”

Grand Budapest Hotel: un realistico declino tra scene oniriche

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Il declino é il vero protagonista del film.
Un decadimento ideologico che si compensa con un esteriore sforzo lussuoso.

Ambientazioni fin troppo scenografiche rendono il film artificioso, sbiadiscono ogni tentativo realistico, che é alla base della cinematografia, distraggono dalla trama.

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Essa narra una storia sincera, nei limiti di una leggenda affettuosa nella quale il narratore  l’ha confinata, e squisitamente malinconica, intendendo la malinconia evocata non solo dal degrado fisico in cui versa l’hotel, ma soprattutto dal declino di un’antica mentalità, di cui il consierge-eroe rappresenta l’ultimo, mirabile baluardo.

Cosí come il Grand Budapest Hotel brilla della luce riflessa dei fasti passati,  cosí il film brilla della luce riflessa di una trama intuitiva e affascinante, ma non ancora sufficiente per farlo brillare di luce propria nel firmamento cinematografico.

“Trance” : a film to remember or to forget?

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“No piece of art is worth a human life”
But we are all a piece of art, we are all “Witches in the Air”, in our ” Memory Air”.
The film “Trance“, directed by Danny Boyle , from a story by Ahearne, could be a great opportunity to disclose a secret or, maybe, a possibility of keeping the secret in ourselves.
We up our game and the others up their.
Where is the truth?

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Witches in the Air by Goya

With his black humour, Danny Boyle blurs the bundaries between reality and fantasy in a complex and commendable storytelling. This awkward film mirrors our inner problems, the labirynth of the human mind which always struggles with memories.

” To be yourself you have to constantly remember yourself”. Therefore, we have to tackle our memories head on, but sometimes things can backfire for us …. and, in that case, it’s necessary to sell our mind on the present . However, we can’t live like this, in a constant doubt.

This is the reason why we immediately get caught up in this stirring film, in its suspence, in order to discover something, to find out the guilty people and the victims of the story.

Finally, we have the answer. We are both perpetrators and victims. “The choice is yours. Do you want to remember or do you want to forget?”…. The choice is yours….

Visioni distorte

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Sono una telecamera dall’obiettivo offuscato da una nebbia decolorante.
Registro il reale, lo archivio, lo ricreo sistemando diverse forme in nuovi schemi. Non potrei nemmeno definirli schemi, ma per esprimermi come una macchina, non li chiamerò sogni.

Eppure, tutti qui, tra un ciak e una battuta, pretendono di generare sogni e lucidano le loro medaglie di merito.

Strano, non ho mai pensato che una medaglia potesse essere un sogno, e tanto meno premiarlo. Insomma, non ha la stessa luce, non ha li stessi effetti.
Effetti. É di questo che dovremmo parlare.
In un palcoscenico capovolto, tutto cade, tutto é effetto ed io, mentre gli altri sfilano su percorsi già segnati, registro in nuovi colori,  continuo a creare luci ed effetti, per sognare.

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