Il cortometraggio di CALUMA “Castello di carta” a Molise Cinema 

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Ieri, 7 agosto, Eureka ha presentato il suo progetto cinematografico CALUMA con  la proiezione del suo cortometraggio “Castello di carta” durante il festival Molise Cinema.


In attesa di presentarlo nel nostro canale youtube Caluma Picture, ecco una breve sinossi. 

“Si accosteranno termini abitualmente contrapposti,fino a che i loro significati non saranno confusi,e allora l’amore sarà odio,la verità menzogna,la LIBERTÀ SCHIAVITÙ”. George Orwell, 1984

Nella tautologia dell’errore nel mondo odierno, non è semplice accorgersi dell’inarrestato incedere di un cieco egoismo. Questo perché il paradosso delle dinamiche umane è divenuto, da Zenone in poi, accettabile, così radicato nella quotidianità da essere invisibile agli occhi dei membri della nostra società. Si tratta di un processo, in realtà, ripetuto negli anni, forse da sempre esistente, valido dunque in qualsiasi epoca seppure con aspetti diversi.                                                                                                                                 

  L’accostamento voluto di elementi anacronisici tra loro di “Castello di carta” desidera ricostruire tale paradosso storico e umano, insieme alle sue pericolose conseguenze. Nella costante minaccia di guerra (anche in senso lato) a cui siamo sottoposti soprattutto negli ultimi fatti di cronaca, si affollano atteggiamenti estranei alla vera coscienza critica del cittadino,anzi, piuttosto propensi all’accettazione dell’intento dominante.                                                                                                                                           

 Richiamando la profetica opera di George Orwell, il cortometraggio vuole essere una tagliente denuncia dell’attualità in cui, quasi in un perenne rovesciamento ispirato alle festività dei Saturnalia dell’antica Roma, si assiste passivamente allo smarrimento della propria identità, sotto al totalitarismo dell’ignoranza, dell’incoscienza, della schiavitù. Una schiavitù che è ben lontana dal concetto hegeliano dell’autocoscienza oggettivata e quindi riconosciuta nel lavoro degli schiavi:nonostante la loro diretta possibilità di raggiungere la cocienza di sé, gli schiavi scelgono il sovvertimento sociale per arrivare al potere, considerato non più come responsabile governo della comunità verso il progresso.                                                                                               

  Tutto appare, allora, come un gioco, persino la guerra, da condurre con il joystick dell’istinto egoistico di un’ignoranza entusiasmata dal potere finalmente nelle proprie mani.                                                                               

Tra soldati negativamente comandati dal capriccio univoco, solo un autentico padrone potrà dimostrare di essere consapevole della propria identità, cosciente del proprio ruolo per lumanità; di essere, dunque, “padrone di se stesso”. 

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L’Amore e il suo ideale: “La dodicesima notte”

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L’amore é cosi’ pieno di forme mutevoli da esser lui solo fantasia suprema”

E l’uomo brama questa fantasia, si nutre e si ammala di questa follia. Non importa quali siano le sue forme… Non é l’amore personificato che cerchiamo, bensì il suo ideale. Per questo motivo, le apparenze non ci interessano, né consideriamo necessario conoscere l’identità della persona amata.

É il segreto che Shakespeare svela nella sua opera..
La dodicesima notte”.

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"La dodicesima notte" di Carlo Cecchi

Innegabilmente all’avanguardia, Shakespeare dimostra di aver scavato all’interno delle psicologie umane, di aver vagato nei meandri sentimentali dei suoi personaggi e, infine, di aver riconosciuto nei diversi profili lo stesso vero comportamento egoistico e alienante: tutti, inesorabilmente, ricercano l’ideale d’Amore.

Accompagnato nello stesso percorso cognitivo dell’autore, lo spettatore riconosce i suoi desideri, contesi negli sguardi amorosi tra i personaggi; sguardi riflessi nel rapporto intimo tra uomo e Amore.

Il desiderio di fuga, insito nella natura umana, si traduce proprio nella sete onirica d’Amore e, implacabile, genera dolore.

Nella scena sospesa, Shakespeare inserisce un ulteriore elemento di equivoco. L’anima dei gemelli, da sempre oggetto di attenzione da parte degli osservatori sensibili, é , anche in quest’opera, caricata di senso soprannaturale, capace di sconvolgere la realtà con l’inconfondibile interscambiabilità e capace di ingannare con la sua tacita sfumatura di complicità.

É lo spettacolo della ricerca umana dell’Amore.. Potremmo coronarla con il raggiungimento dell’ideale, oppure, senza ricompensa, rimanere nel dolore (come il maggiordomo Malvolio), derisi dal nostro sogno, abbandonati nel nostro desiderio ideale.

Visioni distorte

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Sono una telecamera dall’obiettivo offuscato da una nebbia decolorante.
Registro il reale, lo archivio, lo ricreo sistemando diverse forme in nuovi schemi. Non potrei nemmeno definirli schemi, ma per esprimermi come una macchina, non li chiamerò sogni.

Eppure, tutti qui, tra un ciak e una battuta, pretendono di generare sogni e lucidano le loro medaglie di merito.

Strano, non ho mai pensato che una medaglia potesse essere un sogno, e tanto meno premiarlo. Insomma, non ha la stessa luce, non ha li stessi effetti.
Effetti. É di questo che dovremmo parlare.
In un palcoscenico capovolto, tutto cade, tutto é effetto ed io, mentre gli altri sfilano su percorsi già segnati, registro in nuovi colori,  continuo a creare luci ed effetti, per sognare.

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Guardatevi da quassù!

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soffitto-stellare

Siamo così saggi, oggi, da non sentire più la necessità di alzare lo sguardo al cielo ed immedesimarci in questo per avere nuove visioni?

Peccato,perché, l’alto potrebbe nascondere fantasie molto più interessanti e nobili di una divinità (e se i due elementi coincidessero?).

Tuttavia, non sempre abbiamo bisogno di un cielo: è il gesto che ci manca. Non ci allontaniamo più dalla nostra statura immobile e abbiamo paura, quasi, di sforzare le nostre ossa, e le nostre menti, ribaltando la prospettiva umana verso l’alto.

Accade anche nell’intimità di una casa, anche qui influenzati dal mondo fuori. Siamo tutti attenti a decorare le pareti con colori e quadri… il soffitto non lo guarda più nessuno.

Allora, oggi, decido di guardarlo, di offrirgli l’attenzione che merita. Non solo. Decido di lasciarlo libero di parlare, povero soffitto…

“Beh, cosa succede? Sono troppo alto per attirare la vostra attenzione?                                                                                                                    Non so, forse, oramai siete restati bloccati in un perenne torcicollo, o qualcosa di simile, ma possibile che, dopo l’intera vostra evoluzione, non siete ancora capaci di cogliere la mia importanza? So che è difficile da capire, ma siete nati per far questo, giusto?

E non fate finta di comprendere, appendendo sulla mia delicata superficie qualche lampadario costoso o dei scacciapensieri.   Non ne ho bisogno, non ne avete bisogno.

La vostra coalizione d’indifferenza mi ferisce, ma reca danni seri a voi, cari umani, a voi.

Ora, dunque, distendetevi su un letto, che sia un prato o un materasso, alzate lo sguardo e aprite la mente. Non curatevi di dove siete, ma di ciò in cui vi proiettate e concentratevi, per una volta nella vita, su ciò che non si vede.

Vi concedo di creare immagini nuove sulla mia coperta, ma a una condizione: guardatemi! Guardatevi da quassù, sarà divertente…”

http://dailypost.wordpress.com/dp_prompt/wronged-objects/

Viaggio per ricomporre il destino

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Atando Cabos logo

Il mare è scoperta, viaggio, libertà, ma è anche sofferenza, devastato anch’esso dalla perpetua lotta tra bene e male. Per questo, l’immenso blu assume diverse sfumature in varie rappresentazioni.

Nell’opera teatrale “Atando cabos” , scritta da Griselda Gambaro, il mare si mostra nel suo aspetto più pericoloso, mentre il viaggio diviene occasione per far emergere la realtà.

In tal modo i due protagonisti, Elisa e Martìn, affrontano il naufragio della nave sulla quale stavano viaggiando, in un dialogo sospeso tra accuse e ricordi. Nelle parole dei personaggi si individuano aspetti della loro personalità e, soprattutto, del loro passato che ritorna portando sofferenza.

Elisa è, infatti, madre di una ragazza desaparecida, mentre Martìn è un ex-militare torturatore. Pian piano, durante il dialogo, l’uno riconosce il ruolo dell’altro, assumendo però reazioni differenti. Elisa, torturata dal ricordo della figlia uccisa e gettata in un fiume da un elicottero, insiste nel riportare la verità di fronte a Martìn, il quale desidera voltare completamente pagina, dimenticando ciò che egli stesso è stato.

Così anche l’acqua si divide in bene e male: il fiume ricorda la morte e la crudeltà disumana, riportandoci alla palude del mito di Stinfalo; l’oceano, nel quale i due protagonisti vagano, rappresenta l’acqua che scorre e che accompagna ciascuno di noi verso il proprio destino.

In quest’opera, carica di pathos, emerge dunque un’ulteriore accezione del mare e del viaggio, visti come percorso naturale della vita segnato dalla memoria, necessaria per far rivivere le vittime della violenza. Il ricordo genera dolore, tuttavia è fondamentale per non abbandonare nell’oblio il nostro passato e dunque la nostra stessa esistenza.